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Spunti

In questa sezione saranno pubblicati interventi di varia provenienza (articoli, recensioni, commenti...) che, a parere dell'insegnante, potranno fornire spunti di riflessione e di discussione agli studenti e ai genitori.
Naturalmente i testi citati sono esclusiva proprietà dei rispettivi autori e sono qui pubblicati solamente per scopi didattici.

  • Riva, Perché non sopportiamo il dolore dei nostri figli

    Inviato da prof. Guidotti il Dom, 01/22/2017 - 15:51
    «Dottore, mi aiuti: mi sto separando da mia moglie ma non so come fare perché vorrei stare sempre con i miei figli. Io li adoro». Capita di sentire anche questo negli sportelli di ascolto per genitori in crisi. Innamorati dei nostri figli, ci siamo dimenticati che, parafrasando Mao, fare il genitore non è un pranzo di gala. Certo che i bambini hanno bisogno di essere amati in modo incondizionato — IN-CON-DI-ZIO-NA-TO — ma il nostro compito non è adorarli, bensì educarli. Compito ingrato perché spesso ci ritroviamo a mani nude davanti ai nostri figli trasformati in involontari piccoli tiranni da una società dei consumi che si alimenta dei loro desideri perennemente insoddisfatti. Annaspiamo fra la smania di crescerli in modo che si sentano a loro agio con i propri coetanei e il tentativo di sviluppare in loro anche dei sani anticorpi. Non vogliamo che siano completamente omologati ma non vorremmo nemmeno farne degli Amish che girano su carretti trainati da cavalli. E allora via di smartphone (magari non proprio quello di ultima generazione) e di PS4 con relativo strascico di videogiochi costosissimi. Ma una volta entrati, il meccanismo è infernale: ogni telefonino nasce già vecchio, ogni videogioco ha un’estensione o un modello successivo. Per non parlare della trattativa sfibrante sui tempi: «Ancora un minuto, mamma: sto finendo il livello!». Ma ogni livello ne apre uno nuovo con buona pace dell’indispensabile senso del limite: basta, sono arrivato fin qua, mi accontento.

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  • Di Stefano, La morale, una bella cosa. Condividerla è possibile

    Inviato da prof. Guidotti il Mer, 01/18/2017 - 16:45
    Una questione di regole? Certo, ma cosa intendiamo quando parliamo di regole? Bella domanda. Regole quotidiane di comportamento, doveri, obbedienza? Marina Valcarenghi, la psicoterapeuta che ha lavorato a lungo sui rapporti tra genitori e figli, non ha dubbi: «Le regole da recuperare sono quelle della morale: per tenere a freno la violenza non solo fisica dei figli, sempre più dilagante, non serve imporre o vietare. L’unica difesa è trasmettere una struttura morale». Già ma come si ottiene questa struttura morale? «Si forma nei figli insegnando loro, molto presto, il rispetto della vita e del vivere insieme, il rispetto di alcuni valori fondamentali come la verità, la giustizia, l’onestà. Il figlio spesso si chiede: perché non posso fare quel che voglio? È la struttura morale, elaborata dalla nostra coscienza collettiva ma trasmessa individualmente per via soprattutto familiare, a favorire l’inibizione. Se manca questa morale, tutto diventa permesso, anche dare sfogo alle pulsioni violente».

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  • Polito, I no impossibili dei genitori ai loro ragazzi

    Inviato da prof. Guidotti il Ven, 01/13/2017 - 15:58
    Forse dovremmo rassegnarci al fatto che non abbiamo un diritto all’amore dei nostri figli. Da quando si aggrappano a noi per tirarsi in piedi facendoci sentire onnipotenti, a quando noi ci aggrappiamo a loro per frenarne il delirio di onnipotenza, passa tanto tempo. Ci sembrano sempre nati ieri; ma sedici, diciotto anni sono abbastanza per fare del nostro bambino un individuo dotato di libero arbitrio, di conseguenza diverso da noi. Talvolta estraneo. O addirittura nemico. Riccardo e Manuel, i due complici del parricidio e matricidio di Pontelangorino di Codigoro, sono una storia a sé. Il loro è un comportamento deviante, materia per giudici e psichiatri. Ma anche quei due adolescenti in fin dei conti sono millennials, come chiamiamo con enfasi anglofona i ragazzi di oggi.
    E lo sappiamo, ce lo raccontiamo ogni giorno, che tra la generazione Y (ormai quasi Z) e quella dei genitori è aperto oggi un conflitto molto aspro. Ce l’hanno con noi. Sostanzialmente perché stiamo lasciando loro meno benessere di quello che abbiamo trovato. Insieme con il trasferimento del reddito, si è però interrotto il canale di trasmissione di molti altri beni dai padri ai figli. Di valori, per esempio; di conoscenza storica, di credi religiosi, di senso comune, perfino di lingua (si diffonde un italiano sempre più maccheronico). Si è aperto un vuoto di tradizione, insomma; parola la cui etimologia viene per l’appunto dal latino «tradere», trasmettere.

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  • Ficocelli, Chi non copia ha piú personalità

    Inviato da prof. Guidotti il Mer, 08/20/2008 - 17:38
    Scagli la prima penna chi è senza peccato: piú o meno tra i banchi abbiamo copiato tutti. Passarsi il compito è un rito di iniziazione e chi non copia o non fa copiare, dalle elementari alla maturità, viene inserito nella black list. Eppure, secondo uno studio americano, la filosofia del massimo risultato con il minimo sforzo è tipica degli elementi peggiori. Pavidi, disonesti, ipocriti e tutt’altro che generosi, i "copioni" sarebbero ragazzi privi di personalità. Ben altro discorso varrebbe per gli studenti abituati a fare da sé, che non solo sarebbero tendenzialmente allegri e ottimisti ma anche dotati di una forte personalità.

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  • De Mauro, Analfabeti d’Italia

    Inviato da prof. Guidotti il Gio, 03/06/2008 - 16:34
    Cinque italiani su cento tra i 14 e i 65 anni non sanno distinguere una lettera da un’altra, una cifra dall’altra. Trentotto lo sanno fare, ma riescono solo a leggere con difficoltà una scritta e a decifrare qualche cifra. Trentatré superano questa condizione ma qui si fermano: un testo scritto che riguardi fatti collettivi, di rilievo anche nella vita quotidiana, è oltre la portata delle loro capacità di lettura e scrittura, un grafico con qualche percentuale è un’icona incomprensibile.
    Secondo specialisti internazionali, soltanto il 20 per cento della popolazione adulta italiana possiede gli strumenti minimi indispensabili di lettura, scrittura e calcolo necessari per orientarsi in una società contemporanea.

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  • Severgnini, L’italiano, manuale contro i misfatti verbali

    Inviato da prof. Guidotti il Lun, 08/27/2007 - 17:24
    Il congiuntivo è morto, dicono. Omicidio, suicidio o evento accidentale? Nessuna di queste cose. Credo si tratti della conseguenza logica di un fenomeno illogico. Sempre meno italiani, quando parlano, esprimono un dubbio; quasi tutti hanno opinioni categoriche su ogni argomento (vino e viaggi, case e calcio, sesso e sentimenti). Pochi dicono: «Credo che col pesce si possa bere anche il vino rosso». I piú affermano: «Credo che col pesce si può bere anche il vino rosso» (poi ordinano Tavernello bianco frizzante).
    La crisi del congiuntivo non deriva dalla pigrizia, ma dall’eccesso di certezze. L’affermazione Speravo che portavi il gelato non è solo brutta: è arrogante («Come si permette, questo qui, di venire a cena senza portare il gelato?»). La frase «Speravo (che) portassi il gelato» è invece il risultato di una piccola illusione, cui segue una delusione contenuta e filosofica. Accade, nella vita, che la gente dimentichi di portare il gelato.

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  • Taskin, Senza regole comuni

    Inviato da prof. Guidotti il Mar, 06/26/2007 - 17:05
    È tornato a trovarci dopo qualche anno un amico diplomatico che vive e lavora in Portogallo. Mi parla della gentilezza dei Portoghesi, della loro accoglienza, delle auto pronte a darti la precedenza. E mi dice che in Italia, invece, ha notato una certa litigiosità un po’ ovunque. Forse il traffico da Fiumicino al centro di Roma l’ha innervosito, penso io.
    Lui insiste: gli italiani negli anni Novanta erano piú rilassati e cortesi. E fa l’esempio dei camerieri nei ristoranti: rispondevano con gentilezza, sorridevano, e non c’era tutto questo sgomitare ovunque, anche per arrivare primi ai bagni pubblici. Ecco, gli Italiani sono più nervosi, stanchi, per strada non ti sorride piú nessuno, dice.
    Non si dà pace, perché l’«Italiano» del suo immaginario non corrisponde piú a quello che oggi incontra. Ripenso ai due caratteri descritti nel film di Dino Risi Il sorpasso, e molti hanno paura di fare la fine di Roberto (Jean-Louis Trintignant), il bravo ragazzo sottomesso da Bruno (Vittorio Gassman), estroverso e spaccone.
    Penso poi a quell’Italia sregolata che una volta sorprendeva, ma che oggi non piace piú neanche agli stranieri. La mancanza di regole mette tutti a disagio. E non troviamo piú divertenti le persone che non stanno al gioco. C’è una specie di «bullismo sociale», dalla politica all’economia, alla scuola, alla tv, che ci fa star male. Ma sappiamo anche che il bravo ragazzo, come nel film di Risi, è un perdente – almeno in questa società.

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  • Calise, Sms sotto accusa: “Ragazzi più stringati anche nella vita”

    Inviato da prof. Guidotti il Mar, 06/19/2007 - 17:27
    Attenzione, gli sms «accorciano» la vita. A forza di scrivere messaggini sul telefonino, si è ristretto il linguaggio, si sono abbreviati i pensieri e le emozioni sono diventate poco più che smorfie da condensare in una «faccina». Tutto si è rimpicciolito nella testa dei ragazzi ormai dipendenti dallo short message system, meglio definito «Sistema Molto Simpatico» di comunicare velocemente ad un costo bassissimo.
    Hanno difficoltà a parlare, sono più irascibili e soprattutto, avvertono gli studiosi della Crusca, sentono il bisogno di essere stringati anche nella vita.
    Dopo aver ucciso la lingua italiana, gli sms «frantumano» le relazioni. E così sul web, a colpi di chat, blog e forum, parte la controffensiva: basta con tutto quello che è short, stop al lessico breve e incomprensibile dei messaggini; bisogna tornare al lungo, alle parole scritte per bene e ai concetti ricchi e articolati (Questo blog non è un sms).

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  • Sobrero, Ma caro studente, il balzello non è un piccolo balzo

    Inviato da prof. Guidotti il Dom, 03/11/2007 - 16:12
    Vorrei parlare di scuola, senza parlare dei perizomi delle professoresse, né dei pestaggi fra bulli, né di sangue, né di cocaina. E nemmeno di cellulari. È ancora possibile? Forse no, o forse sí, ma ancora per poco: la scuola, nell’immaginario popolare, sta diventando l’immondezzaio della maldicenza, la sentina di tutti i mali, il luogo di perdizione dei nostri bravi e virtuosi giovinetti che lí imparano il consumismo, la corruzione, l’odio e la violenza.
    Perché non parlare, ogni tanto, anche di scuola-scuola? Di quello che si insegna, e come. Del lavoro degli insegnanti, dei problemi. E ce ne sono, di problemi!
    Voglio offrire qualche dato su un problema che conosco abbastanza da vicino, e che a me – e non solo a me – sembra grave. Il vocabolario dei nostri ragazzi è sempre piú ridotto, incerto, evanescente. Forse non siamo alle «seicento parole» di cui parlava un autorevole giornalista del «Corriere della Sera», ma certo possiamo dire che conoscono molto meno parole di quanto crediamo.

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  • Eco, Gli orrori inutili del Carnevale

    Inviato da prof. Guidotti il Ven, 01/14/2005 - 16:52
    Mentre scrivo sta terminando l'orrendo Carnevale. Cerco di non uscire di casa, ma non posso evitare di vedere immagini carnascialesche alla televisione, da Viareggio a Venezia. Quando vedo per le strade quelle bambine travestite da damine settecentesche col neo sulla guancia, quei maschietti ingoffiti da un'uniforme alla Zorro con i baffetti fatti col nerofumo, sono preso da accessi di pedofobia e sono colto dal complesso di Erode. Ma non meno tenero sono nei confronti dei loro fratelli maggiori, che scarpinano tristi vestiti da gufo o da Casanova, per non dire dei più diseredati, scalcagnatamente in tuba di cartone e palandrana di sacco.
    Odio il Carnevale per ragioni che probabilmente potrebbero interessare uno psichiatra: mi dà noia ogni forma di mascheramento del corpo umano, non dico Platinette, ma persino i professionisti in doppiopetto che si tingono i capelli e le signore che si truccano vistosamente - per non dire dei corpi perforati da anellini e perline o umiliati da tatuaggi papuasi, che mi inducono a una cauta rivalutazione di Lombroso. E non venitemi a fare la sciocca obiezione che porto la barba, perché questa fa parte del corpo come i capelli e i seni, anzi, se proprio c'è qualcuno di anormale, sono gli sbarbati - e il fatto che siano maggioranza non prova che abbiano ragione.

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  • Lodoli, I miei ragazzi insidiati dal demone della Facilità

    Inviato da prof. Guidotti il Mer, 11/06/2002 - 15:56
    Cosa sta accadendo nelle menti degli italiani, come mai ho l’impressione che lo stordimento, se non addirittura una leggera forma di demenza, stiano soffiando come scirocco in troppi cervelli, giovani e meno giovani? Quali sono le cause, se ce ne sono, di questo torpore?
    Avevo raccontato, un mese fa su «Repubblica», la mia crescente ansia di fronte al silenzio dei miei studenti che sembrano non saper più ragionare. In tanti hanno risposto, mi sono arrivate molte lettere, anche dai ragazzi delle scuole. Capisco che è difficile indicare un unico responsabile, un sicuro colpevole, ma una piccola idea del perché accada tutto questo io me la sono fatta e ve la propongo.
    A mio avviso da troppo tempo viviamo sotto l’influsso di una divinità tanto ammaliante quanto crudele, un uccelletto che canta soave, ma che ha un becco così sottile e feroce da mangiarci il cervello. La Facilità è la dea che divora i nostri pensieri, e di conseguenza l’intera nostra vita. La Facilità non va certo confusa con la Semplicità che, come ben sintetizzava il grande scultore Brancusi, «è una complessità risolta». La Semplicità è l’obiettivo finale di ogni nostro sforzo: noi dovremmo sempre impegnarci affinché pensieri e gesti siano semplici, e dunque armoniosi e giusti. La Semplicità è il miele prodotto dal lavoro complicato dell’alveare, è il vino squisito che dietro di sé ha la fatica della vigna. La Facilità, invece, è una truffa che rischia di impoverire tragicamente i nostri giorni. A farne le spese sono soprattutto i ragazzi più poveri e sprovveduti, ma anche noi adulti furbi e smaliziati stiamo concedendo vasti territori a questa acquerugiola che somiglia a un concime ed è un veleno.

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